Nicolò Carnesi pubblica il 30 maggio 2025 il suo quinto album, dal titolo Ananke, con cui esplora nuovi linguaggi e modalità d’espressione. Un album che parla di un’umanità inconsapevole dei propri limiti intrinsechi, e lo fa con sonorità sognanti ma paradossalmente distopiche. Si parla di necessità come entità superiore, ma anche del ruolo dell’arte come strumento di salvazione dalla incapacità di scorgere speranza in una società disorientata e disorientante. Ho avuto la possibilità di parlarne con l’artista che mi ha raccontato di più sul progetto.
Come mai hai affidato alla mitologia la struttura narrativa di questo tuo nuovo album?
Si tratta di un concept album e riguarda la mitologia greca classica. L’idea nasce in modo estemporaneo, mi divertivo a suonare in modo molto libero, specialmente di notte, suite improvvisate, utilizzando un po’ di macchine e campionatori – liberamente. Lo sottolineo, quando ci si ritrova a scrivere canzoni per lavoro si tende a rinchiudersi in schemi e strutture precise richieste dal pop. Per trovare un po’ di entusiasmo ho iniziato a improvvisare, come se fosse una sorta di meditazione e ad un certo punto ho iniziato a registrare; nel frattempo durante il giorno leggevo di mitologia, di cui sono appassionato, così come di filosofia: ho pensato di unire i mondi. Anche perché ero stufo del raccontare sempre me e il mio punto di vista. La società di oggi ci vuole omologati anche se molta della nostra narrazione sociale e psicologica è comunque basata sulla mitologia: persino nella cinematografia di hollywoodiana c’è il cammino dell’eroe. Sono tornato alla radice, ho stabilito un’idea e ci ho lavorato su in modo deciso.
Si tratta di brani piuttosto estesi nel tempo per gli standard odierni. Scelta di anticonformismo ricercata o frutto di una certa spontaneità creativa?
Improvvisavo queste suite che duravano anche venti minuti, In modo del tutto naturale, per necessità “musicali”: una canzone strutturata della durata media di 3 minuti racconta molto poco. La storia di Prometeo è una storia lunga, da cui si sono diramate altre storie della classicità come quella di Pandora e sintetizzare sarebbe stato riduttivo. Più che anticonformismo parlerei di necessità. Non credo ci siano molti altri modi di raccontare questo tipo di storie. Mi sono divertito. Non dovendo seguire delle metriche precise ho potuto sperimentare. È quello che cerco dalla musica. Il risultato è effettivamente poco ortodosso nella durata.
Prometeo è sinonimo di tecnica, al giorno d’oggi potremmo dire che è sinonimo delle possibilità date dall’Intelligenza Artificiale e assistiamo continuamente ad un’umanità che si prende il fuoco ma rimane incatenata. Parlando delle applicazioni sulla musica, qual è il tuo parere?
Ci avviciniamo ad un altro dei motivi per cui ho voluto abbandonare la struttura canonica: per divertimento nello scorso tour scrivevamo canzoni con gli strumenti dell’IA, d’estate e ci rendevamo conto che erano molto simili alle hit che passavano in radio. Ho pensato che se la musica ormai è questo, si potrebbe provare ad andare nella direzione opposta. Il riferimento a Prometeo è più che pertinente, è questo il mito che apre il disco: è un monito all’umanità, uno dei più profondi e complessi. Il fuoco rappresenta la tecnica, la coscienza, la sovrastruttura, con cui l’uomo può iniziare a costruire qualcosa intorno a sé, ma allo stesso tempo distruggere. Avevo anche disegnato un’idea di copertina con il fuoco, dal falò alla bomba atomica. Prometeo è adattabile a ogni tempo. Adesso stiamo quasi al paradosso, con l’IA che simula il pensiero. Il rischio è di cadere in un circolo vizioso. Prometeo la tecnica dà la consapevolezza che però porta con sé anche il dolore, come il vaso di Pandora. Eppure, all’interno del dolore c’è anche la speranza che fa dimenticare tutto il resto.
Un tema che mi fa venire in mente riferimenti kubrickiani, alla Odissea Nello Spazio. Ma volendo andare oltre l’impianto mitologico dell’album, mi diresti qualcosa in più riguardo i riferimenti musicali e sonori a cui ti sei ispirato nella fase creativa di Ananke?
In alcuni punti ho inserito degli omaggi precisi a degli artisti. Battiato è presente soprattutto in Motel Olimpo, nella lunga strofa, ho cercato di armonizzare la voce come faceva lui. È stato uno dei primi ad appassionarmi alla mitologia, da bambino lo ascoltavo grazie a mia madre mi innamorai del disco Caffè de la Paix (1993) in particolare della traccia di Atlantide. Da bambino mi sembrava un film. Nella mia vita Battiato è stato importante. Poi ci sono The Cure. La prima chitarra l’ho comprata per Plainsong che apre l’album Disintegration (1989) in Amore e Psiche mi sono ispirato a quel tipo di chitarrismo. E poi i Pink Floyd per l’idea di concept album, ma non solo: Echoes, mi sembrava perfetta come citazione di un brano in particolare. Si tratta di citazioni timbriche, utilizzando gli stessi effetti. Non ho escluso neanche i Beatles, Battisti e per andare sul contemporaneo direi Bon Iver.
Ananke è la necessità. Si tratta di un album necessario? Per chi?
Mi sono impegnato tanto per non creare un album pesante. Volevo che fosse piacevole da ascoltare. Per me, innanzi tutto. Fare qualcosa che ci fa stare bene non è mai scontato di questi tempi. È una questione di approccio. Vorrei che ci fosse più musica con questo approccio, libero e personale. Non è detto che venga bene, ma c’è bisogno di uscire dagli schemi. In questo caso Orfeo è metafora dell’artista perché cerca di andare controcorrente quasi a sfidare la morte; non ce la fa, ma ci insegna che la morte la sconfiggi davvero quando la dimentichi, e la dimentichi solo attraverso l’arte, che dovrebbe tornare, quando possibile, a questo ruolo. L’arte dovrebbe farci dimenticare la finitezza delle cose. Ultimamente non lo fa, è un sottofondo, non è che non va bene, ma c’è bisogno di creare un’alternativa. Dalla pandemia in poi l’underground è ingurgitato dal mainstream, dalle piattaforme eccetera e questo è un guaio, anche per chi vuole ascoltare qualcosa di più bello, per dimenticare della morte. A questo servono gli artisti.

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