Un tempo la musica indipendente italiana cercava la metafora perfetta, il gioco di parole arguto per mascherare il disagio. Quel tempo è finito e ora basta giri di parole: se il corpo cede, lo si nomina.
Se la vita è becera, la si canta così.
Guardo a quelli che secondo me sono i tre pilastri che hanno segnato quest’annata discografica — Emma Nolde, I Cani e Marco Castello e emerge un manifesto estetico comune: il non chiedere scusa. La musica italiana sta iniziando a smettere di corteggiare l’algoritmo e ha iniziato a parlare alla pancia, alle nevrosi, alla fatica quotidiana di stare in piedi.
Il corpo politico e precario di Emma Nolde
Con NUOVOSPAZIOTEMPO, Emma Nolde prova a passare da promessa a certezza scomoda. La sua musica è diventata un’indagine sul corpo — non quello da copertina, ma quello che regge turni, ansie e aspettative.
In Indipendente, la Nolde parla di fatica fisica ed economica, di stare in piedi da sole, del peso delle aspettative che si scarica sulla schiena, della salute mentale che non è più un tabù ma resta un dato di fatto con cui negoziare ogni mattina guardandosi allo specchio.
Emma canta il corpo come territorio di scontro con una musica che non chiede di essere ammirata: chiede di essere riconosciuta.
Il ritorno “Post Mortem” de I Cani
Dopo nove anni di silenzio, Niccolò Contessa torna con Post Mortem, e il titolo non mente. È un disco che ha l’onestà brutale di una cartella clinica, senza filtri o retorica salvifica.
Se negli anni ’10 I Cani fotografavano le velleità e i riti di passaggio dei pariolini, nel 2025 fotografano le macerie dei trentenni che quei passaggi li hanno attraversati — e ora guardano indietro con la lucidità spietata di chi sa che “nuovo” non è sinonimo di “migliore”.
Contessa nomina i problemi con precisione chirurgica: l’amarezza del tempo che scorre, il cinismo di chi ha smesso di cercare una salvezza e si è arreso alla normalità. Non c’è celebrazione né autocompiacimento. Solo la presa d’atto di una salute mentale che si regge su equilibri sottilissimi, un giorno alla volta.
È un ritorno che non vuole consolare. Vuole testimoniare: siamo sopravvissuti, siamo ammaccati. E va bene così.
Marco Castello e il sacro diritto al “becero”
E poi c’è Marco Castello. Se con Quaglia Sovversiva ha consolidato il suo talento compositivo, è la sua capacità di nobilitare il becero che lo rende indispensabile oggi.
Castello ci ricorda che la vita italiana è fatta di suoni sgraziati, di corpi che sudano ai concerti di paese, di volgarità genuine e di provincia verace — quella che non cerca di sembrare Brooklyn. Il suo approccio smantella la patina “cool” dell’indie per abbracciare l’imperfezione come scelta estetica consapevole.
Nominare il becero significa smettere di fingere di essere migliori di quello che siamo. È una forma di onestà intellettuale anche questa: accettare il grottesco che ci circonda senza doverlo filtrare, senza doverlo tradurre in un linguaggio per forza più presentabile. Castello ci dice che possiamo essere rozzi, fuori tempo, provinciali — e che questo non ci rende meno degni di essere raccontati.
Cosa resta (e cosa cade)
Cosa resta di questo 2025 musicale? Resta la sensazione che la musica italiana abbia attraversato una soglia. Non cerca più l’approvazione, non insegue più il mainstream con la coda tra le gambe. Ha smesso di voler piacere per forza.
Emma Nolde, I Cani e Marco Castello ci dicono che va bene non stare bene. Che il corpo cede, che il tempo non perdona, che la vita è spesso meno elegante — e molto più becera — di quanto vorremmo ammettere.
Ma è proprio in questa verità nuda, senza filtri né metafore, che ritroviamo qualcosa in cui riconoscerci. Non un’estetica della sofferenza compiaciuta, ma un’onestà radicale: la musica che finalmente accetta di essere specchio e non maschera.
E forse è proprio questo il punto: nel 2025, la musica italiana ha smesso di cercare di salvarci. Ha iniziato semplicemente a starci accanto.

Lascia un commento