Intervista a Nico Arezzo: “Non c’è fretta” è un consiglio difficile da seguire

La musica? Un amore tossico da cui non riesco a scappare”

Nico Arezzo pubblica il secondo album dal titolo parlante “Non c’è fretta”, segno di continuità narrativa e visuale con quello d’esordio “Non c’è mare”. La lentezza dovrebbe essere una scelta consapevole: un monito raccontato a suon di elettronica, lingua antica e tocco cantautorale. Un album che propone uno sguardo sul presente, invitando a fare caso a quello che si ha. Ho avuto modo di intervistare Nico Arezzo.

Perché hai sentito la necessità di intitolare il tuo disco “Non c’è fretta”?

Il primo album si intitola “Non c’è mare” ed è una sorta di presa di coscienza della distanza rispetto alla Sicilia e alla consapevolezza di dover trovare una nuova forma di casa. Invece vorrei dire che “Non c’è fretta” è un consiglio che mi do, ma che in realtà non riesco a seguire.

È un monito rispetto a tutto quello che percepisco attorno a me. Vedo il mondo correre costantemente ad un’altissima velocità. Spesso corro anche io ma non mi rendo conto del perché. Fermarsi è difficile, ma quanto meno provare a rallentare. Quindi sì, si tratta di un consiglio che do ma che non seguo.

Quindi si tratta di due album che contengono negazioni nel titolo. C’è un motivo specifico per questo?

Direi che c’è una certa forma di identità in questo. Sono sempre io, c’è sia un’evoluzione che una continuità.

Hai avuto modo in questi anni di svolgere un’intensa attività live, in questa prima fase di una carriera che si prospetta rosea, qual è il pensiero, la riflessione, che hai potuto cogliere dal lavoro con dei grandi della musica? Penso a Laura Pausini, a Carmen Consoli.

C’è una concezione di live diversa, un modo di esporre ciò che si è. Ti rendi conto del modo in cui si iniziano gli spettacoli: la cosa che ho rubato è la ricerca di essere più sincero possibile, è un modo di performare ma anche di aprirsi con sincerità e arrivare al pubblico.

Un altro aspetto è il fascino prezioso della scaletta, come decidono di distribuire i momenti all’interno di uno spettacolo. Ma oltre ai grandi artisti, è interessante osservare anche le realtà underground, tutto ciò che avviene nei locali, punk. Cerco di rubare anche da lì.

Il tuo disco mescola vita personale e dimensione collettiva, nonché un certo modo di vivere la musica, un po’ con un tono di denuncia. Qual è una critica fondante che rivolgi al sistema industria musicale?

Un ragazzino va a scuola di canto e gli insegnanti lo portano ad avere un’impostazione necessariamente lirica, annientando le idee e il timbro di partenza. Questa è una delle critiche. Eppure, la musica è anche questione di incastri e di fortuna. Da indipendente è complesso riuscire a proporsi con la propria identità; è quasi obbligatorio scendere a compromessi. Spesso ci sono troppe persone che ti convincono a filtrare ciò che sei. Un conto è accettare consigli richiesti da persone che si stimano, un altro conto è cambiare qualcosa perché ti è stato chiesto. È ciò che ti allontana dall’originalità e dal gusto. Non lasciarsi cambiare è la strada più difficile in assoluto. Emergere è quasi impossibile. È un compromesso anche se è un concetto fondamentalmente sbagliato.

A livello di scrittura, ma quanto è bello poter esprimersi anche con il dialetto delle proprie origini? È una scelta specifica e coraggiosa, per certi versi, credi che ci sia una tendenza alla riscoperta dei dialetti?

C’è una riscoperta dei dialetti, vorrei che non fosse una moda, altrimenti si perderebbe il senso del dialetto, l’antichità, la percezione, il sentire e il rievocare. Anche se forse, se diventasse moda potrebbe essere anche un bene. È una cosa meravigliosa sentire dialetti che non sono i tuoi. Credo che sia una cosa che arriva ma spero che non perda la magia.

Si può dire, considerando la tua biografia, che sei cresciuto su un palco. Qual è l’elemento costante?

Spesso chi viene ai concerti non è mai stato su un palco. La sensazione di portare una tua sensazione in un tuo brano su un palco per delle persone che a loro volta possono interpretare quello stato d’animo è inspiegabile. È una cosa che faccio per tanti motivi. Mi viene difficile non farlo. La musica è un a sorta di amore tossico, di una potenza indescrivibile da cui non riesco a scappare e da cui mi rendo conto di non voler scappare. Ci sono dei momenti in cui vorrei scomparire e staccare, prendere aria, o non odiarmi perché non riesco a scrivere. Poi ti rendi conto che è l’unica cosa dove non percepisci più le ore che scorrono. Grazie!

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