OHDIO: Il grido necessario dei Tundra tra distorsioni e catarsi

I Tundra sono una band pisana che torna sulla scena con OHDIO, un album che non chiede permesso, ma si impone come una necessità fisiologica. È un disco nato per svestirsi dal senso di inutilità e per imparare a convivere con i propri spettri senza lasciarsi divorare dai rimpianti. In un’epoca che ci vuole costantemente performanti e risolti, i Tundra invertono la rotta: la rabbia non va repressa, ma accolta come parte integrante dell’esperienza umana. OHDIO è, a tutti gli effetti, una chiamata alle armi (emotive) per l’ascoltatore: un invito a sfogarsi insieme, a trasformare il peso della quotidianità in energia cinetica.

Il disco si muove su coordinate sonore potenti e sporche, dove la distorsione non è un vezzo estetico, ma il linguaggio scelto per raccontare il dolore. L’apertura è affidata a un brano anticonvenzionale e catartico, dal titolo Noia. Non la noia passiva dell’apatia, ma quella elettrica che precede l’esplosione. Unicellulare, è uno dei vertici del disco. Un giro di basso ipnotico e profondo scava la strada a chitarre distorte e liriche taglienti, creando un’atmosfera densa e claustrofobica. Nella traccia Il mio dovere la scelta del cantato in italiano brilla particolarmente. Gli incastri testuali si poggiano su ritmi pulsanti e dinamiche di chitarra che non lasciano scampo, dimostrando una maturità compositiva notevole.

La monotonia quotidiana nasconde dolori che d’un tratto esplodono: la musica dei Tundra è il canale preferenziale per questa fuoriuscita prepotente.

OHDIO è un atto di adattamento e, allo stesso tempo, un rilancio paradossale di quella “resilienza” ormai inflazionata dai discorsi motivazionali. I Tundra non vogliono motivarti, vogliono che tu senta il peso della realtà per poi scagliarlo via.

È un disco per pochi ma buoni, per chi ha ancora voglia di sporcarsi le mani con il rock alternativo.

Lascia un commento