L’Albero è il progetto solista di Andrea Mastropietro, autore e produttore dei propri album. La nuova pubblicazione si intitola “Cielo e sfacelo”, un disco composto da nove tracce dal sapore di mare e di fichi d’india, dai suoni ondulati e percussivi. Il tutto alla ricerca di un proprio momento d’autenticità per stare a questo mondo.
Intervista
“Cielo e sfacelo”: il titolo dà l’idea che questo album si ponga a metà tra libertà, immaginazione e realtà decadente. Qual è il punto di rottura? Dove finisce il cielo e inizia lo sfacelo?
Direi che è tutto mescolato! Ci sono forse dei momenti in cui si riesce ad apprezzare di più una delle due cose, ma è più probabile nella quotidianità che le cose siano unite. È una contrapposizione ma agisce come un tutt’uno. Il mio è una sorta di invito, la ricerca del cielo non è possibile se non si prende atto anche dello sfacelo.
Qual è stato il brano più difficile, da portare a termine dal punto di vista creativo?
Fuga In re. Che è il primo. Non sapevo neanche bene io cosa volessi comunicare. Ho cercato di precisare il più possibile una situazione transitoria e di confine, che è un po’ il motore di tutto il disco. Ma mi sono poi dovuto fermare, precisare tutto era impossibile: la cosa fondamentale era avere una presa di coscienza. Non è stato importante sapere dall’inizio dove si sarebbe andati. Fuga in re è una canzone che appartiene più al cielo.
“Canzone per lo spirito”, dà spazio all’immateriale. Quanto può essere rivoluzionaria questa volontà in un mondo che dà sempre più importanza al visibile che all’invisibile?
La musica è questione di frequenze che viaggiano nell’aria, oggi assistiamo anche al decadimento del supporto fisico. Credo che sia la forma d’arte più rivoluzionaria anche un po’ fuori contesto. Le arti visive risultano in confronto avere un’applicazione più pratica. A questo proposito, Canzone per lo spirito è una dedica, qualcosa di spirituale e intangibile.
Invece “Oro” un brano che colpisce per l’evoluzione sonora. Come è andato il processo creativo?
Il brano si apre in modo quasi intimo e scarno, ma poi c’è un cammino, un ragionamento che porta a consapevolezze: il brano poi esplode, in un finale anche abbastanza utopico, la contrapposizione tra silenzio e momenti più caotici è un tratto che appartiene molto a cielo e sfacelo. Mi piace sottolineare questo doppio andamento.
Le sonorità risultano quasi folk, oltre che cantautorali. Riscontro qualche idea in stile Bennato oltre che chiaramente Pino Daniele. Come è andata la ricerca sonora?
Dal punto di vista sonoro ho cercato di assecondare le tematiche del disco. Ci sono molte percussioni, molti strumenti acustici. Volevo che suonasse più naturale possibile e meno algoritmico. Ci sono anche un po’ di imprecisioni umane, vecchio stile. L’ho arrangiato da solo e tutto questo è emerso molto, una sorta di richiamo agli anni Settanta.
Le cose normali sembrano follia: nell’ultima traccia si parla di questo capovolgimento concettuale. Come è andata la storia di questo brano?
Anche qui, è un brano molto naturale, molto legato ai colori e alle sensazioni, meno pensate. Il testo è stato scritto d’estate e si apre con una luce che entra dalla finestra. Il disco si snoda fra spazi interni e esterni. Si tratta di guardare le caviglie di una persona che cammina davanti a te sul sentiero e trovare quella immagine poetica, osservare l’azzurro vivo del mare che si srotola come se fosse un tappeto. Ho cercato di descrivere quegli attimi immensi e particolari in cui sembra di capire tutto e di non capire niente.
L’ironia è parte di questo album, sin dal titolo. Come ti auguri che possa “camminare” tra il pubblico di ascoltatori?
L’augurio è di trovare un modo, un modo per arrivare alle persone. È come trovare una modalità per stare a questo mondo, un proprio posto, tra cielo e sfacelo.

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