Il rap ha un nuovo bluesman, Emmedimodesto | Intervista

Emmedimodesto è Andrea Cirfeta, artista poliedrico, rapper nonché chitarrista blues classe duemila. Forte della sua esperienza live, nel 2025 pubblica il primo singolo, dal titolo “EMME”, prodotto da ARTEN per Romolo Dischi e presentato in un release party al Catello Volante di Otranto. Nel settembre 2026 si esibisce a Roma nel contesto del Premio Fabrizio De Andrè in qualità di finalista. Ho avuto modo di approfondire il progetto, scambiando quattro battute con l’artista.

Emmedimodesto: partiamo dal nome. Quanto c’è di ironia, di dichiarazione d’intenti e quanto, invece, di contraddizione in questo nome d’arte?

Dal punto di vista lessicale c’entriamo poco, in realtà (ride) – il mio nome d’arte è un’idea di mia madre: in un periodo in cui stavo cercando la mia strada, mi trovavo a casa dei miei genitori e lei mi propose il nome Modesto. L’origine di questa idea in realtà è da ricondurre al nome della protagonista del romanzo di Goliarda Sapienza dal titolo L’arte della gioia, che si chiama per l’appunto Modesta. Il romanzo è diventato noto ventidue anni dopo la morte dell’autrice e quando cercavo il mio nome d’arte avevo ventidue anni; quindi, ci sono connessioni anche di questo tipo. Poi il nome è diventato Emmedimodesto, per una questione di riconoscibilità. Non solo: la lettera EMME è diventata un motivo ricorrente del progetto, come simbolo di musica e madre.

Questa lettera ricorre anche nella musica?

Certo, il primo singolo che abbiamo pubblicato si intitola EMME e il ritornello dice “EMME come vaffanculo” e si crea questo nonsenso in cui ciascuno sul motto “EMME come…” può inventarsi la sua.

Il brano porta con sé questi molteplici significati?

Sì, EMME può essere la proprietà di un’idea e così assume significato. Il brano racchiude uno spirito di rivincita che molti musicisti hanno, soprattutto quando questa professione non viene considerata un “vero lavoro” e non ricevono molta fiducia.

Questi significati li riporti nella tua musica anche attraverso immagini archetipiche o di cultura pop. Come concepisci il processo di scrittura?

Fare un brano significa un po’ diventare genitori: a un certo punto devi accettare che quel qualcosa che hai creato non è più solo tuo. C’è molto della mia storia personale nella mia scrittura.  Il mio produttore è Michele d’Elia e si può dire che il progetto Emmedimodesto sia un duo. Quando ci siamo conosciuti ho trovato in lui l’esperienza e le conoscenze giuste per far fare al progetto dei passi avanti e abbiamo trovato insieme una quadra. Io provengo dal mondo del blues e della chitarra, lui proviene dal mondo hip hop, e abbiamo scelto di mescolare questi mondi. Ascolto e mi ispiro molto a Eric Clapton, BB king, John Mayer e poi anche grazie a Michele ho iniziato a ispirarmi anche a Snoop Dogg, Kanye West di cui sto cercando gradualmente di decifrare il linguaggio e trasformarlo in un modo che possa racchiudere anche le mie esigenze espressive. Il genere che proponiamo è hip rock. Cerchiamo di unire un genere immediato come il pop a una musica godibile come il blues. Se ci pensi l’origine di questi generi è molto simile. Inoltre, negli ultimi anni abbiamo capito che sul palco dovrei portare sempre la chitarra in quanto parte integrante della mia identità artistica.

Che rapporto hai con il pubblico e in generale con gli ascoltatori?

Ad oggi intercettiamo una fetta di pubblico giovane, anche se mi rendo conto che non è quella più vicina a un tipo di musica strumentale. Spesso i più giovani non hanno neanche gli strumenti per scoprirla se non paradossalmente in modo diretto, nella dimensione live. Noi come progetto abbiamo pubblicato il primo singolo il 22 dicembre 2025 e nelle fasi precedenti del progetto ci concentravamo sui live. Ed è lì che stiamo continuano a concentrarci.

Credi che col tempo si tornerà a scoprire sempre più musica dal vivo, come in passato?

Negli ultimi anni forse la mia generazione si è stancata di vivere nel digitale. Noi abbiamo visto com’era il mondo prima dell’avvento del digitale. Fino a quindici anni non ho mai avuto un telefono e il primo che ho avuto aveva i tasti! Ora, è tutto digitalizzato e spero che le persone della mia età riescano poi a educare le nuovissime generazioni all’utilizzo della tecnologia per le cose davvero essenziali. Questo può valere anche per la musica. In Italia la scena underground si sta mobilitando tanto. Il momento trap si è un po’ relegato alle discoteche. Invece vedo artisti come, ad esempio, Nico Arezzo o Anna Carol che si pongono in una fascia intermedia che il pubblico apprezza molto nei live.

Qual è l’elemento che porta certi progetti nei club a discapito di altri?

La sensibilità delle persone sta cambiando: si sta tornando a una cultura più suonata.

Non credi che il pubblico raccolga quello che gli viene proposto anche dall’industria?

Ad oggi le tv e le radio sono passate in secondo piano. Ora grazie ai social si può comunicare e arrivare al pubblico con messaggi concreti e un’identità chiara. È una questione di infrastrutture.

Sei arrivato in finale al Premio Fabrizio De André. Come è andata?

Non siamo musicisti estremamente adatti ai contest. Organizziamo release party ed eventi in cui ci piace dare la possibilità al pubblico di crescere insieme a noi. Il nostro obbiettivo è costruire una carriera, strutturare qualcosa nel lungo termine. Abbiamo partecipato alle selezioni del premio un po’ per caso. Eravamo convinti che non saremmo passati! La maggior parte degli artisti in questo contest segue il filone cantautorale mentre noi proponiamo un hip rock con dinamiche più alte e un po’ di rabbia in più. Non avevamo aspettative. Siamo stati molto bene e abbiamo avuto riscontri positivi. È stato tutto una soddisfazione.

Prospettive per il futuro?

Il nostro obbiettivo è vivere di live e creare un ecosistema intorno al progetto che riesca a supportare la nostra creatività. So che senza le persone che fanno parte del progetto e che mi circondano sarei solo un chitarrista blues.

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