Roma Diffusa: quando il luogo diventa un media

Che cosa succede quando la diffusione non è soltanto una modalità organizzativa, ma diventa una forma di mediazione editoriale? E quando il luogo smette di essere il contenitore di un evento per diventare parte del suo contenuto?

Sabato 10 e domenica 11 ottobre Roma Diffusa torna per la sua quinta edizione, questa volta nel quartiere Esquilino. Il festival multidisciplinare itinerante attraversa ogni anno un’area diversa della città, mettendo in relazione contenuti contemporanei e luoghi preesistenti: luoghi storici, botteghe, librerie, studi d’artista, biblioteche, musei, palazzi, cortili, bar, osterie e altri spazi che compongono il tessuto quotidiano della città.

Il verbo attraversare rende interessante il progetto: Roma Diffusa non si limita a portare un programma dentro un quartiere, bensì costruisce il programma a partire dal quartiere.

Città come dispositivo editoriale

Fondato nel 2021 da Sara D’Agati insieme a Maddalena Salerno, il festival lavora da cinque anni alla mappatura della città, quartiere per quartiere, alla ricerca di luoghi e realtà che conservano una propria specificità e che rischiano di scomparire dentro processi di standardizzazione. A questa ricerca territoriale si affianca quella sui contenuti: artisti, musicisti, performer e designer vengono coinvolti attraverso una call for content nella creazione di proposte site-specific. Il risultato è una sorta di montaggio: da una parte ci sono luoghi che possiedono già una storia, una funzione, una memoria e un pubblico; dall’altra contenuti contemporanei che vengono progettati per entrare in relazione con quegli spazi.

Non è quindi semplicemente il contenuto a essere distribuito sul territorio: è il territorio a partecipare alla costruzione del significato del contenuto. In questo senso, la diffusione diventa una vera e propria modalità di mediazione editoriale. L’editoria, del resto, non consiste soltanto nel produrre contenuti. Consiste anche nel selezionare, mettere in relazione, creare contesti di fruizione e orientare lo sguardo. Roma Diffusa sembra applicare questa logica alla città.

Il luogo smette di essere uno sfondo

Nonostante il suo innegabile patrimonio culturale e di talenti, Roma, ad oggi, non è ancora riuscita ad esprimere un festival diffuso, partecipato e riconosciuto a livello internazionale al pari di altre città italiane ed europee. Come molte città d’arte, tende quindi ad attirare un turismo ‘mordi e fuggi’, poco interessato alle manifestazioni contemporanee della città. Gli obiettivi di Romadiffusa, quindi, oltre a quello di portare i romani a riappropriarsi del territorio, sono quelli di attirare un turismo diverso, interessato a fermarsi più a lungo e a comprendere la scena contemporanea della città. – afferma Sara D’Agati.

Pensare al luogo come a un semplice contenitore significa immaginare che un concerto, una performance o un’installazione possano essere trasferiti da uno spazio all’altro senza modificare sostanzialmente l’esperienza. Dunque, un contenuto site-specific funziona diversamente. Il luogo introduce informazioni, associazioni, contrasti e suggerisce una modalità di fruizione. Può rendere un contenuto più leggibile o produrre attrito e sorpresa. Un’opera contemporanea dentro uno spazio storico non significa soltanto “arte contemporanea in un luogo storico”: significa mettere in relazione due sistemi di significato. È qui che il luogo può essere considerato un media attivo, che non trasmette semplicemente qualcosa, ma interviene su ciò che viene trasmesso. E, soprattutto, interviene sul pubblico.

Verso un pubblico di città

La domanda allora diventa: che cosa succede quando un festival sceglie di distribuire eventi, persone e pubblico dentro la città?

Una prima conseguenza è che il pubblico non percorre più soltanto una programmazione, ma un territorio. Per partecipare deve spostarsi, orientarsi, entrare in luoghi che forse non avrebbe cercato autonomamente. Può arrivare a una performance e, nel frattempo, scoprire una libreria; seguire un concerto e attraversare una strada che normalmente non avrebbe motivo di percorrere; entrare in un luogo per un evento e uscirne con una nuova percezione del quartiere. La multidisciplinarietà, in questo modello, non è soltanto la presenza di linguaggi artistici diversi nello stesso cartellone. È anche la possibilità di produrre connessioni impreviste tra luoghi, contenuti e pubblici. La città diventa così parte dell’esperienza culturale e non soltanto il suo indirizzo.

Oltre la cartolina

Una città come Roma possiede un’immagine culturale potentissima, costruita intorno alla sua dimensione storica e monumentale. Eppure, una città non coincide con il proprio patrimonio più riconoscibile. Botteghe, piccoli esercizi, librerie, studi, cortili, luoghi di produzione culturale e attività quotidiane che costruiscono una geografia meno immediata ma visibile. Il lavoro di mappatura di Roma Diffusa parte proprio da questa pluralità di luoghi e realtà.

Emerge un’altra idea di capitale: non soltanto la Roma eterna, ma una Roma contemporanea, mobile, stratificata. Odierna: una Roma che non deve necessariamente essere resa più “instagrammabile” per diventare culturalmente interessante, ma che forse deve essere resa nuovamente leggibile.

Diffondere non significa disperdere

Il paradosso è che la diffusione potrebbe sembrare, a prima vista, l’opposto della concentrazione. Un festival concentrato in un unico spazio costruisce facilmente un centro: il pubblico arriva, incontra gli altri spettatori, riconosce il luogo dell’evento. Un festival diffuso rinuncia a quel centro fisico, ma può costruirne un altro: una rete di relazioni.Il quartiere diventa una sorta di infrastruttura culturale temporanea, nella quale ogni luogo conserva la propria identità e contemporaneamente entra in una costellazione più ampia.

È questo forse il punto più interessante di Roma Diffusa: la città non viene utilizzata come semplice scenografia per gli eventi, ma come materia attraverso cui gli eventi vengono pensati. La diffusione, quindi, non è soltanto una questione logistica, ma anche di metodo.

Luogo come editor

Se un contenuto cambia a seconda del contesto nel quale viene incontrato, allora il luogo partecipa alla sua produzione di senso. E se un festival seleziona quei luoghi, li mette in relazione con contenuti specifici e costruisce intorno a questa relazione un’esperienza per il pubblico, sta facendo qualcosa di molto vicino a un lavoro editoriale. Sta decidendo cosa mettere in relazione con cosa, costruendo una sequenza e creando un contesto di lettura. Sta invitando il pubblico a guardare un luogo conosciuto attraverso un contenuto inatteso, o un contenuto nuovo attraverso un luogo dotato di una storia propria. In questa prospettiva, Roma Diffusa diventa interessante non soltanto come festival, ma come esperimento di mediazione culturale attraverso il territorio.

Il media, qui, non è soltanto lo strumento che comunica l’evento, ma è la città stessa. E il suo contenuto non è soltanto ciò che accade durante il festival, ma anche ciò che il pubblico riesce a vedere diversamente una volta tornato a casa.

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