Intervista a Eman: discografia, introspezione e altri trucchi di magia

Con uno sguardo lucido sulla società e, al tempo stesso, rivolto verso se stesso, Eman presenta Magarìa, un disco di otto tracce che fa dell’onestà intellettuale il proprio punto di forza. Autentico nei suoni, espressivo nei testi, l’album non teme di attraversare le proprie contraddizioni, restituendo un racconto umano che non cerca scorciatoie né risposte facili.

Il 20 ottobre è uscito il videoclip di L’equilibrista, diretto visivamente da Giacomo Triglia, che aggiunge al brano una nuova dimensione narrativa, amplificandone la forza espressiva. È un tassello ulteriore di un lavoro che sembra muoversi tra introspezione e osservazione del mondo, facendo della musica uno spazio in cui guardarsi senza filtri.

Magarìa si rivela così un piccolo, grande incantesimo: non tanto una fuga dalla realtà, quanto un modo per attraversarla, anche quando significa fare i conti con ciò che di noi resta in ombra. Ne ho parlato con l’artista.

Magarìa è una parola che evoca qualcosa di magico, ma anche un immaginario legato alla superstizione e alle tradizioni popolari. Perché hai scelto proprio questo titolo per un album di otto tracce? Qual è la magia che tiene insieme le canzoni?

C’è un brano che porta questo titolo, ma a parte questo: affronto la musica in quel modo lì. Quando ho iniziato a fare questo disco, ci siamo fatti prendere dalla musica suonata, con la chitarra e vari giri e quando i brani sono usciti ho pensato che effettivamente la musica stessa è una magaria, qualcosa di magico e allo stesso tempo terreno. Non sai mai da dove nascono i brani, eppure vengono fuori. Il filo comune, la magia che tiene uniti questi brani, sta nel fatto che ho scritto quello che ho vissuto. Si tratta di materiale affrontato in prima persona, molto ampio. Questi anni di fermo li ho condensati in otto brani.

Nell’album il suono sembra lasciare molto spazio alle parole e alle storie, con testi evocativi che chiedono di essere ascoltati. Quando è iniziato il lavoro creativo su Magarìa e qual è stato il momento in cui hai capito che queste canzoni erano finalmente pronte per essere pubblicate?

Quando inizi, non sai precisamente quando finisce un disco. Non sai la forma, non sai nemmeno se stai iniziando. E poi oggi i dischi vanno poco di moda, per come intendo i dischi che abbiano una forma e una vita propria, e non come un insieme di singoli. C’è stato un momento in cui ho detto basta, perché quello che stava venendo fuori non era più inerente con quello che era il disco. Se scrivi un disco in due anni, quello che vivi nel frattempo ti cambia. La persona che inizia un disco non è la stessa che lo finisce.

Magarìa sembra dialogare con un senso di appartenenza profondo, con una terra che non è soltanto un luogo geografico, ma anche un modo di sentire e di guardare il mondo. Come hai trasformato questo legame in materia narrativa e musicale nelle otto tracce? Le radici sono qualcosa da cui partire, qualcosa a cui tornare o qualcosa da cui provare a prendere le distanze?

La mia formazione e il mio percorso mi obbligano a fare i conti con i luoghi da dove vengo, dove vado e dove torno. Ci sono dei luoghi un po’ più cari, come casa mia, un luogo complicato, affascinante per certi versi, pieno di sfaccettature. Inserisco il tema della terra e delle radici nelle mie canzoni perché credo che siano gli uomini a fare i luoghi. Parlo alla gente, non miro a fare musica solo per me. Se parli di certi luoghi, parli anche delle persone che lo vivono ed è quello di cui io scrivo. È un bel trucco.

Come avviene la trasposizione in materia narrativa delle cose che osservi nella realtà?

A volte leggo le cose che ho scritto, anche in tempo passato, e non ho il ricordo di come sia avvenuto. È una cosa che avviene e basta. Ci sono delle cose che nascono più dal mestiere, vorrei che le cose potessero nascere sempre e solo per ispirazione ma è più complesso. A volte i brani sono rapidi. Penso a L’equilibrista, ad esempio. Ci sono dei brani rapidi, che nascono come un flusso. Invece altri sono più costruiti. Non so come avviene, ma so che avviene, ecco.

Con il videoclip di L’equilibrista torniamo all’immagine di qualcuno che cerca di mantenere una posizione instabile. In un presente attraversato dall’accelerazione tecnologica e dalla continua esposizione, quanto è difficile restare in equilibrio senza perdere il contatto con la propria dimensione più autentica?

Sopravvivere in un mondo come quello di oggi dove l’esposizione è quasi obbligatoria è difficile. Mi rendo conto di vivere in un mondo dove i social, Instagram, TikTok imperversano – nel mio caso avrei voluto fare solo musica e non dover apparire così tanto – se ci fosse solo la musica per me, io sarei ben contento. Ho creato un profilo da poco ma non riesco a starci su. Sono più occupato a vivere che a riprendere le cose. Parlando dei brani in sé, penso che più ci si estranea da questo tipo di artifici, e meglio si descrive la realtà. Farsi ispirare dal mondo solo attraverso uno schermo è fuorviante e non veritiero. Credo che tutti soffrano i social. C’è chi si trova meglio e chi peggio, ma sono certo che anche chi si trova bene nel lungo periodo poi ne soffre. È una cosa palesata. Non capisco come mai non si riesca a fare un passo indietro. È avvenuto per il piombo, che prima era ovunque, persino nei colori, però si sa che è tossico e si è tornati indietro. Per i social dovrebbe essere uguale. Sono tossici. Non mi danno una mano per sopravvivere. Io sopravvivo ai social. Se potessi scegliere li eviterei.

Viviamo in un momento in cui siamo continuamente connessi, ma anche portati a trasformare ogni esperienza in qualcosa da mostrare. Nel disco emerge una riflessione sulla solitudine digitale e sulla spettacolarizzazione della vita. Da dove nasce l’esigenza di raccontare queste contraddizioni? L’immanenza delle cose si sta un po’ perdendo?

Sì, ne sono colpiti un po’tutti anche quelli che si sentono meno plagiati da questa dimensione, nel lungo periodo lo si diventa comunque. Quasi non ci si può escludere, ma penso che tutti sognino di poter tornare ad essere ciò che vogliono senza l’obbligo di mostrarsi, per forza, in un certo modo, con una certa estetica. È come se non ci si basta mai. Questa cosa fa male. Quando sei sui social, c’è una vita che non è la tua, che vorresti e che forse non ce la farai mai a vivere. Ma forse anche chi la posta neanche vive quella vita che mostra. Anche una coppia social, magari nel vero è un inferno. Li farei fuori tutti. I social non riescono a essere il mio sguardo sul mondo.

In questi anni il modo di scoprire la musica e di entrare in relazione con gli artisti è cambiato profondamente, tra piattaforme, social e nuove abitudini di ascolto. Qual è il cambiamento di paradigma che hai vissuto più da vicino nel tuo percorso e che cosa ha modificato nel rapporto con il pubblico?

Da quando io ho cominciato il mondo è cambiato, quindi anche quello della musica, il modo in cui si fruisce e il modo in cui questa viaggia da una persona all’altra. Un tempo avveniva tutto in modo molto più romantico. Ci sono cose che si fanno solo perché vanno in trend e si pensa pure di essere speciali. Ma la tendenza ti mette su un piano uguale agli altri. Anche la musica subisce, anche io subisco. Nella musica c’è una rincorsa a vari tipi di tendenze: quando ho iniziato ero troppo giovane, adesso sembra che si invecchi subito, oppure ci vuole un colpo di fortuna. Il modo in cui oggi certe cose esplodono è meno spontaneo. Su alcune cose ne sono contento, perché partono dal pubblico, ma molte altre che ci arrivano sono calate dall’alto. Per certi versi anche prima era così, ma le playlist hanno una componente importante. Essere giudicato in funzione dei numeri è una cosa che subisco come tutti. Anche i grandi. Per me farmi male è molto più semplice, è vero, ma mi faccio meno male di un big se crollano gli ascolti. Per non parlare delle streaming farm. Ci sono processi “drogati”. Forse c’è una rivalsa del mondo giovanile, ci sono molti che suonano, C’è un mondo della musica e quello del mainstream; però credo che il mainstream si sia completamente dissociato dal pubblico vero. Non necessariamente diversi per qualità. Interagiscono come sistemi quasi isolati.

Abbiamo attraversato temi piuttosto profondi, dalle radici alla solitudine contemporanea. Ma, al di là della scrittura e delle riflessioni che porti nella musica, qual è la parte del tuo percorso artistico che ti diverte di più?

L’aspetto giocoso è quello di convivenza con gli altri, di condivisione della musica. Quando scrivo soffro, è un processo che occupa tempo e anima quindi la condivisione che deriva da questo processo, con la band e con gli amici, è un aspetto giocoso. I live sono il fine ultimo. Per me sono il senso della musica in sé, la cosa che più mi diverte e anche quella che più mi stressa.

Nei live queste canzoni smettono di essere soltanto un disco e diventano un’esperienza condivisa, qui al Monk. Che forma prende Magarìa dal vivo? Cosa dobbiamo aspettarci da questo concerto e che cosa speri che il pubblico si porti a casa?

Penso un po’ di energia. Mi sento nudo quando sono sul palco, quindi c’è da aspettarsi Emanuele, non tanto EMAN. Il nome è un diminutivo del mio nome, non è un’altra cosa. Quando sono giù dal palco sono molto più timido. Partire da balbuziente ed essere su un palco significa aver fatto grandi sforzi. Il palco è l’alter ego che vorrei, quando sono lì sono quello che vorrei essere.

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